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"We understand that the U.S. is concerned about the fate of this project, but the United States will have to choose between defending its prestige over a virtual project or real partnership which requires joint action." (Sergei Lavrov, 13 agosto - Rian).

Le parole del ministro degli esteri russo sono un chiaro segnale. Basta con i giochini.
Questa la situazione, dopo la miniguerra provocata dal pazzo di Tbilisi con l'obbiettivo di riportare l'ordine costituzionale nel paese:
1) Sud Ossezia e Abkhazia sono ancor piú fuori dalla Georgia rispetto a prima. Giá erano de facto separate da Tbilisi, ora la possibilitá che nel breve periodo ritornino sotto il controllo effettivo georgiano é certo piú lontana. Il problema esiteva prima, esiste adesso ancora piú grave. Il riconoscimento del Kosovo da parte di una fetta importante della comunitá internazionale, ha lasciato spazio alle aspirazioni di stati e staterelli: c'é da chiedersi chi e quando decide che l'autoderminazione dei popoli é un diritto piú forte della sovranitá di uno stato che vuole mantenere la sua integritá. Mosca é sempre stata per il secondo e continuerá probabilmente ad esserlo. Non ha interesse né all'indipendenza (effetto domino), né all'annessione (lo status quo va benissimo): certo é che il problema di Sud Ossezia e Abkhazia va primo o poi risolto. C'é soprattutto da chiedersi anche quanto gioverá a Washington utilizzare due pesi e due misure nel perseguire i propri obbiettivi. Visto i risultati.
2) In Georgia per Saakashvili sará dura rimanere in sella ancora a lungo. Quando militari ed opposizione saranno usciti dalla situazione di emergenza e avranno il tempo e la forza di concentrarsi sulla causa del fallimento dell'operazione Sud Ossezia, allora le carte verranno rimischiate. Probabilmente, raggiunta una certa calma tra il Cremlino e la Casa Bianca, sará consigliato davvero al folle di trovare un'altra strada. Sarebbe utile, soprattutto per il bene dei georgiani. Le parole di Lavrov sono significative: Washington non ha scelta (gli aiuti umanitari vanno bene per non perdere del tutto la faccia in campagna elettorale, ma altre iniziative al di fuori della retorica sono difficili. Ieri, appena il bamba a Tbilisi ha detto in tv che gli Usa erano in arrivo e avrebbero preso il controllo di porti e aereoporti, il Pentagono ha smentito in tutta fretta. Ci manca solo questo: morire per Tskhinvali. Vaglielo a raccontare agli elettori. Lo spazio a disposizione é ristrettissimo). Le schermaglie di queste giorni sono fisiologiche, ma non bisogna commettere errori. La Rice, andando a Tbilisi e Parigi, ma non a Mosca, sta giá facendo il primo. Ma fa parte del gioco. Il punto é che sono proprio gli Usa a rischiare di perderlo, sul campo.
3) A Mosca si sentono piú forti di prima e non cederanno di un millimetro. Non con Washington, non con l'Europa, tantomeno con Tbilisi. La corda si é spezzata e chi ci rimetterá non saranno i signori del Cremlino. Qui Medvedev ha fatto il suo dovere, nulla piú. Il timoniere é sempre Putin. La 42esima in libera uscita ieri a Gori puó essere forse un segnale per quello che arriverá fra un po'. Ma questa é un'altra storia. Dal punto di vista strategico Mosca non ha interesse né a isolarsi né ad essere isolata: le trattative saranno difficili soprattutto per Ue e Usa. I fatti sono sul tavolo e partendo da questi chi ha le carte migliori é Mosca: andare a rivedere le dichiarazioni di ieri. Soprattutto Parigi e Berlino non hanno certo voglia di sostenere il folle che ha combinato il danno. Non l'hanno fatto ad aprile a Bucarest, figuriamoci ora che hanno ricevuto, diplomaticamente, pesci in faccia dal satrapino in camicia rosa. Siamo seri. Con la Georgia instabile la sua entrata nella Nato si allontana. Per i suddetti motivi. Non parliamo di Ue, anche se quello va in giro con le bandiere.
Sullo Spiegel: I russi avevano il diritto di aiutare i sudosseti
Sul NYT: Dopo i segnali contrastanti di Washington, é scoppiata la guerra in Georgia
Su BBCNews: US sends aid, but rethinks policy
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